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Il Gazzettino di Padova - Domenica 23 agosto 2009 - Pagina: Cultura&Spettacoli

«Imparare la storia è più facile con i fumetti»

Dopo i Carraresi, Fetonte ed Ezzelino da Romano, Francesco Lucianetti vorrebbe raccontare la vita di Galileo

 

Architetto, grafico, scultore ma non solo: Francesco Lucianetti, annata 1944, romano di nascita e padovano d’adozione, coltiva da decenni anche la passione per il fumetto. «Finito il servizio militare andai in villeggiatura ad Orbetello, dove c’era una base per idrovolanti - racconta l’artista nel suo nuovo atelier in via S. Giovanni Da Verdara, ricco di luce, legno e soluzioni architettoniche ingegnose, secondo un suo progetto di ristrutturazione, o meglio di radicale trasformazione di un vecchio garage - non avevo niente da fare e così iniziò la mia carriera di fumettaro.
Era il 1973: con una storia in bianco e nero di avventure e misteri, che prendeva spunto dagli idrovolanti, vinsi il premio nazionale di "Paese Sera" e le mie tavole furono esposte al "Lucca Comics". Non contento ho realizzato in quegli anni altri racconti a fumetti, come "Eric il rosso" e "Il caso Cnosso". Ma il settore non era dei più facili, meglio dedicarsi alla pubblicità e alla grafica...».
Lucianetti però non si è fatto pregare due volte quando, un paio d’anni fa, la Provincia gli conimissionò un fumetto sulla famiglia dei Carraresi, da distribuire nelle scuole superiori:
«Per catturare l’attenzione dei ragazzi e accompagnarli alla scoperta di una signoria sconosciuta ai più per colpa dei veneziani, che deliberatamente ne distrussero ogni traccia, mi sono inventato un figlio naturale di Francesco il vecchio, Guglielmo. È lui ad accompagnare nella Padova del Trecento John Hackwood, assoldato dai Carraresi per sconfiggere i veronesi".Quest’anno l’assessorato provinciale alle Politi-che Giovanili ha voluto il bis, con "Damnatio memoriae", ovvero la vita di Ezzelino da Romano, dopo che Lucianetti aveva disegnato per l’Università "Fetonte". Datato 2009 è anche il racconto illustrato per i 100 anni della Difesa del Popolo: «Anche stavolta mi sono permesso di "forzare" la storia creando personaggi immaginari per rendere più accattivante la lettura. Ad illustrare ad uno studente la lunga vita del settimanale è il fantasma del suo primo direttore!». Lucianetti fumettaro non si ferma qui e chiude l’anno con un altro album, consegnato in questi giorni alla tipografia, che racconta i 100 anni della Croce Verde, nata a Padova nel 1913. «Di idee per nuovi fumetti, pronti a riaccendere l’interesse per la storia, soprattutto tra i ragazzi, che spesso non amano questa materia quand’è insegnata sui libri scolastici, ne ho almeno un paio di interessanti - preannuncia Lucianetti - Resta ancora nel cassetto la biografia a fumetti di Galileo, purtroppo i finanziamenti messi a disposizione dall’Università non bastano. Mi piacerebbe anche occuparmi di ecologia con un fumetto che avrebbe per protagonista la terra, vista non più come pianeta, ma come essere vivente, che si scrolla di dosso le "scocciature": dopo i dinosauri è ora la volta degli uomini, che la stanno uccidendo».
Caterina Cisotto


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Il Gazzettino del 13/09/2009

STORIE DI SOLIDARIETÀ
I cent’anni della Croce Verde nel fumetto di Lucianetti
In vista dell’anniversario, esce un originale volume. Il protagonista ha il volto del presidente Ortolani

 

Compirà cento anni nel 2013 ma, a 96 anni, è più attiva che mai. La Croce Verde di Padova festeggia “già” oggi il secolo di vita con una storica pubblicazione: “Pia Opera Croce Verde e Padova, cent’anni insieme”. Per sottolineare l’impegno, la professionalità, la dedizione, l’attività, la gratuità di un’asso-ciazione di volontariato che è stata sempre a fianco della città nelle emergenze, nei bisogni e nelle avversità, la Croce Verde ha coinvolto l’artista Francesco Lucianetti per rappresentarla al meglio.
E il maestro non ha deluso le aspettative, dando alle stampe un libro a fumetti che racconta, attraverso una storia “vera”, com’è nata la Croce Verde e come opera ai giorni nostri. . L’ha fatto affidando a due personaggi principali il racconto: Toni e il "vecio" (che ha le sembianze dell’attuale presidente della croce Verde, Giorgio Ortolani). La storia, illustrata magnificamente, però parte da lontano, nel 1913, quando un gruppo di signori e signore, mentre si recavano al ristorante, incontrarono, steso a terra, un ferito. Dopo averlo soccorso e portato all’ospedale, pensarono che se non fossero passati per caso di lì quell’uomo sarebbe morto, Ecco farsi strada l’idea di fondare un’associazione che potesse raccogliere e aiutare i malati. Nacque così a Padova la Croce Verde, che si distinse soprattutto durante i conflitti mondiali.
«Ho voluto fare un libro a fumetti - ha spiegato Lucianetti perché è un racconto immediato, sintetico, che spiega bene il connubio nato tra la città e la Croce  Verde». Del libro sono state edite duemila copie che verranno consegnate ai volontari e alle scuole. «La città potrà così comprendere cosa fu fatto per venire incontro ai malati», ha aggiunto il presidente Ortolani'’
Le pagine prendono in esame la fondazione dell’associazione, il periodo della Grande Guerra, il primo dopoguerra, la seconda guerra Mondiale, il secondo dopoguerra, il fine secolo e i giorni nostri.
Il racconto mescola i ricordi di un uomo ferito, che, soccorso da un giovane, gli racconta tutta la vicenda fino a rendergli chiaro quanto meravigliosa sia stata e sia la storia della Croce Verde.
«Il vecio - ha continuato Lucianetti - è liberamente ispirato all’attuale presidente, anche se  lui non lo sapeva».
Ines Thomas


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Il Mattino di Padova - Edizione del 07 luglio 2009 - Cultura&Spettacoli

Dentro la storia di Ezzelino
II vicario di Federico II e la sua Damnatio memoriae

L'assessorato alle politiche giovanili della Provincia di Padova pubblica un volume a fumetti.

La ricostruzione di un'epoca di conflitti violenti. I nemici del "tiranno" furono crudeli come lui.

 

I luoghi dove scorre  la nostra vita, la “piccola patria” veneta straziata della guerra più sanguinosa tra Dio e Cesare.  Padova alla mercé di saccheggi e stupri, Treviso trasformata in un patibolo, Venezia ribollente d’odio, Bassano e Vicenza costellate di cadaveri mutilati. La crociata contro Ezzelino III da Romano, sì. L’unica, nella storia, bandita da un Pontefice contro un nobile cristiano. Si svolse tre spicchi di millennio fa, è ancora ammantata di leggenda.
Perché tanto accanimento postumo contro un “tiranno”, crudele certo, ma in fondo non più spietato dei suoi nemici? Perché Ezzelino, prima che signore di terre e castelli, è genero e vicario di Federico II nell’Italia del nord: un mi-raggio, quello dell'impero, al quale il «mostro» inviso ai guelfi sacrifica tutto: alleanze, famiglia, affetti, possedi-menti La stessa vita. Un disegno destinato al disastro, sì, perché di segno opposto è il vento che spira nelle terre padane di metà Duecento: l’ascesa della borghesia commerciale e artigianale nelle città, l’af-fermarsi del Comuni, lo sbriciolarsi del centralismo imperiale, il declino del lealismo  tra liberi contadini e feudatari; il trapasso linguistico dal latino al volgare, perfino.
Il Veneto, l’Italia, l’Europa stanno cambiando. Ma lui, l’«uomo di ferro» che presta giuramento sulle tombe degli avi tedeschi sepolti a Onara, non cede di un palmo. Non tollera le ingerenze del clero: «Via di qui o vi faccio frustare», intima ai monaci che si aggirano nella sua corte; ed è sprezzante nel respingere la pretesa vaticana di legittimare il potere laico previo atto di sottomissione. Se creda in Dio non lo sappiamo. Qualcuno testimonia di averlo visto raccolto in preghiera, altri sostengono che, al pari di Adelaide degli Alberti di Mangona, che lo partorì il 25 aprile 1194, coltivi un’unica fede, quella nell’astrologia. Certo è che nel raggio del suo dominio impone col pugno d’acciaio l’obbedienza ai recalcitranti aristocratici: un semplice sospetto di tradimento, ai suoi occhi, equivale a una sentenza di morte. Nessun com-promesso, nessuna pietà: è inviso perfino al fratello Alberi co, che gli volta le spalle nell’illusione di evitare il ferro e il fuoco delle armate papaline.
Scomunicato, maledetto, bollato come «Figlio dell’Anticristo», dichiarato nemico pubblico dai potentati guelfi; la parabola del tiranno si intreccia con le biografie di personaggi fascinosi: l’illuminato e ambizioso sovrano di Svevia, anzitutto, che apprezza la fedeltà dell’alleato al punto da concedergli in sposa la figlia naturale Selvaggia; la dolce sorella Cunizza, cantata dall’Alighieri nel Paradiso; il taumaturgo Antonio da Padova, che lo affronta nella “tana” di Romano senza abbassare lo sguardo; l’infelice Pier delle Vigne, consigliere fidato e poi ribelle destinato al supplizio.
La «damnatio memoriae» che'gli sopravvive affonda le radici nelle cronache del tempo, perlopiù redatte da simpatizzanti della parte guelfa. Ro landino da Padova, Albertino Mussato, Fra’ Salimbene: «Hic plus quam diabolus time batur», faceva più paura del demonio, assicura quest’ultimo. E i coevi gareggiano nel descrivere il sadismo sfrena-to di “Ecelìnus” che ordina stragi di innocenti, trae piacere dall’accecamento dei prigionieri e gode ai lamenti degli ostaggi murati vivi. Tutto vero? Possibile. Aldilà dei dettagli, non documentati a sufficienza, la ferocia del suo com-portamento non è in discus-sione. Lo è, semmai, quella dei suoi nemici. Lesti a denundame gli orrori, non esitano a imitarlo.'Lo sa bene la ghi-bellina Thiene:. caduta la città, tutti i maschi catturati, bimbi inclusi, saranno evirati dai crociati. Tant’è. La morte di Federico n (1250) trasforma in incubo il sogno ezzeliniano di potenza. Papa Innocenzo IV lo accusa di efferatezze ed eresia è, nella bolla di scomunica, esorta vescovi e signori a bandire una crociata per di-struggerlo. L’ultimo ruggito del leone lascia il segno: combatte colpo su colpo, sbaraglia nemici più numerosi nella battaglia di Brescia; poi, però, affida Padova all’inetto nipote e la città capitola allassedio dei Camposampiero.  E’ il 20 giugno 1256, l'inizio della fine. Mestre, Montagnana, Este e Treviso lo rinnegano. Così, al suo fianco, non restano che il fratello ritrovato e i rudi montanari-soldati del- l’Altopiano dei 7 Comuni e della Pedemontana. Gli hanno giurato di morire con le armi, in pugno, saranno presto accontentati.
Braccato come una bestia feroce, tenta il colpo della di-sperazione e attacca in Lombardia, vuol prendere Milano. Costretto a ritirarsi, cade nell’imboscata tesagli da Azzo d’Este a Cassano D’Adda. H micidiale dardo scoccato dal «long bow» di un mercenario inglese, gli trafigge un piede. Lo sradica dalle carni, af- fronta l’ultima battaglia, sgozza un nugolo di nemici, cade da cavallo. E’ in trappola. Mentre la sua guardia personale finisce nella camera delle  torture, lui è rinchiuso in una cella. Vogliono curarlo per esibirlo come trofeo itinerante. Si illudono, perché lui non prova pietà neppure verso se stesso: strappa i medica-menti e le fasce, infila le dita nella piaga. Muore di cancrena, l’estremo sberleffo ai nemici trionfanti, riservando un’occhiata di fuoco al francescano che gli porge il crocefisso. E’ il 27 settembre ai sene secoli e mezzo fa.
Dante lo sprofonda nell’in-ferno, cupo e ghignante («E quella fronte c’ha il pel così nero, è Azzolino») sommerso nel sangue versato. Il fratello Alberico gli sopravvive un anno, asserragliato nella rocca di San Zenone. Poi cede per fame: i nemici - garanti il podestà e il vescovo di Treviso - promettono di giustiziarlo con onore, risparmiando i familiari.
Invece ai figli maschi vengono estratte le ossa (sic), i corpi dissanguati che agonizzano appesi alla forca; a moglie e figlie (inclusa una bambina) strappano il naso e il seno, poi le bruciano vive. Quanto al pater familias, costretto ad assistere all’intero spettacolo, è legato alla coda di un cavallo e trascinato fino a diventare poltiglia.
Era una belva Ezzelino III.  Non l’unica  del suo tempo, quella sconfitta però. E la storia, scritta dai vincitori, non gli ha concesso scampo.
di Filippo Tosatto

 

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